Oltre la crisi: quali scenari per la professione di psicologo


A cura di Romano Maria Mazzon:

Negli ultimi anni mi sono dovuto interrogare, sia per esigenze personali che professionali, su quali potessero essere i possibili scenari futuri e quali competenze fosse necessario implementare per arrivare preparati oltre questa crisi. È ormai appurato che stiamo vivendo una crisi strutturale e che tra una decina di anni ci si troverà difronte ad uno scenario economico e sociale completamente mutato.

Per età, ho 45 anni, appartengo alla prima fascia di laureati in psicologia che ha visto sfumare l'assunzione a tempo indeterminato nel pubblico impiego come approdo naturale. Siamo stati i primi ad essere messi di fronte al blocco del turn over. Negli ultimi anni, poi, si sta assistendo ad un progressivo e inarrestabile mutamento nella forma di welfare con un progressivo ritiro del pubblico. Diverse le formule che hanno ampiamente anticipato questo, dall'introduzione del privato sociale con la Legge 8 novembre 2000 n° 328 sino alle più recenti forme di integrazione tra privato (area profit) e pubblico. Una situazione che troverà un naturale approdo ad un libero mercato dei servizi su scala europea.

Come sono solito dire nei corsi e nelle consulenze, il problema non è essere in accordo o in disaccordo con questo, non si può fermare il mare. Si può, però, pensare/progettare come affrontarlo. Inutile chiudersi a difesa di un mondo felice perduto, anche perché quel mondo perduto non era così felice: la crisi non è il problema, il problema è stato la situazione precedente che ci ha condotto qui, la crisi è già una parte della soluzione. Facile proporre una chiusura a riccio contro un mondo esterno percepito come nemico, una chiusura in soluzioni localistiche che saranno spazzate via dalla realtà. Molto più difficile accettare l'apertura, la vertigine del nuovo, difficile ma necessario ed emozionante e, principalmente, unica vera soluzione.

Allora proviamo a vedere qualche esempio di cosa ci offre questo esterno.

L'Europa, che non è composta solo da banche ed aguzzini ma da seri professionisti che si confrontano, studiano, lavorano e progettano, deve essere colta come opportunità (seppur tardivamente nel nostro Paese). Nel programma 2014 – 2020, alcune indicazioni sono contenute. Per quanto riguarda la nostra professione, ritengo che l'attenzione debba essere indirizzata soprattutto su due fronti:

  • crescita intelligente – sviluppare un'economia basata sulla conoscenza e sull'innovazione;
  • crescita inclusiva – promuovere un'economia con un alto tasso di occupazione, che favorisca la coesione economica, sociale e territoriale.

Sono previsti anche strumenti interessanti per queste azioni. Ad esempio, per i giovani sino ai 35 anni esiste il programma Youth on the move, ossia la promozione della mobilità, sia per quanto riguarda la formazione che l'occupazione, dei giovani all'interno della UE. Uno strumento che non deve essere visto solo come possibilità per i giovani laureati in Veneto di avere esperienze all'estero ma anche come possibilità per i giovani di altri Paesi di trovare attrattiva la possibilità di maturare esperienze nella nostra Regione. Solo così sarà possibile promuovere l'occupazione e rendere il territorio appetibile per i finanziamenti necessari.

Indicazioni però possono essere colte anche per quanto riguarda la trasformazione del welfare, infatti è prevista la creazione di una una piattaforma di cooperazione, revisione inter pares e scambio di buone pratiche, uno strumento volto a promuovere l'impegno pubblico e privato per ridurre l'esclusione sociale e adottare misure concrete, anche mediante un sostegno mirato di fondi strutturali.

Sono sfide che la politica professionale non può trascurare ma deve anzi padroneggiare e muoversi al suo interno, superando una dimensione perdente di chiusura e arroccamento su un protezionismo ormai reso obsoleto.






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