La posizione SIPAP nel dibattito sulla campagna mediatica “Fertility Day”. “Anche in questa occasione si è persa l’opportunità di coinvolgere il mondo degli Psicologi Professionisti. La psicologia deve avere una centralità in tutti i campi che riguardano la salute”


Nelle ultime settimane ha tenuto banco la discussione intorno al Fertilityday istituito dal Ministero della Salute. Molti gli interventi doverosamente critici verso questa iniziativa. Tutti interventi che hanno messo in luce le nefandezze che sono contenute nel Piano Nazionale della Fertilità. Critiche che hanno toccato vari aspetti culturali e sociali raggiungendo anche Paesi di Oltralpe, sino ad arrivare al The Guardian che ha titolato Italy’s Fertility Day posters aren’t just sexist – they’re echoes of a fascist past.

Si tratta di critiche condivisibili ma che, purtroppo, tralasciano completamente gli aspetti psicologici legati a fertilità, infertilità e genitorialità.
Nel Piano Nazionale si trovano esclusivamente riferimenti a scienze statistiche e mediche, nelle critiche si sollevano aspetti culturali e sociali. L'Organizzazione Mondiale della Sanità sin dal 1947 definisce la salute come uno stato di benessere biologico, psicologico e sociale. Eppure questa cultura sembra ignota ai più nel nostro Paese. Nessuna delle critiche ha toccato in modo profondo l'aspetto esclusivamente medicalizzante di questa campagna ministeriale. Nessuno ha osato mettere in dubbio questo approccio. Un approccio che, in quanto medico, diviene per definizione scientifico e che, invece, dovrebbe essere correttamente definito scientista. A ben vedere, infatti, la presunta scientificità di questa campagna si basa sulla statistica probabilistica del chi-quadrato, ossia su una probabilità che la variabile A e la variabile B si verifichino insieme. Come dovrebbero aver studiato tutti gli psicologi, questa relazione non ci dice quale sia la causa e quale sia l'effetto e, ancora più importante, nemmeno se questa relazione non sia casuale oppure se una delle due variabili, in realtà, non ne nasconda altre che il ricercatore, in buona o cattiva fede, non abbia considerato.

Negli stessi giorni, partendo da due fatti di cronaca, i media mainstream si sono anche molto spesi nel ridicolizzare la psico-oncologia, che, per altro, nulla aveva a che fare con i fatti indicati.
Ci troviamo difronte a una vera campagna denigratoria nei confronti della psicologia: o se ne tace la centralità oppure si arriva direttamente a ridicolizzarla.
Richiamando gli articoli 3 e 4 del nostro Codice Deontologico, che riguardano la nostra mission e la nostra metodologia di approccio verso coloro che si avvalgono delle nostre prestazioni, si può affermare che Anche in questa occasione si è persa l’opportunità di coinvolgere il mondo degli Psicologi Professionisti. La psicologia deve avere una centralità in tutti i campi che riguardano la salute.

Bisogna affermare con chiarezza che i calcoli probabilistici non trasformano delle pratiche in verità scientifiche e che a garanzia del nostro approccio scientifico esiste l'articolo 5 del Codice Deontologico che prevede che il nostro operato si basi su approcci che godano di un riconoscimento scientifico, esattamente come accade per i medici e, come per loro, esistono anche per noi delle sanzioni se non ci atteniamo a questo.
È arrivato il momento di impegnarsi in una campagna sociale e culturale che evidenzi il grande contributo che la nostra disciplina può dare alla comunità intera superando soggettivismi promozionali e comprendendo che solo se la psicologia nel suo insieme diviene riconosciuta come una disciplina autonoma, non autoreferenziale, e scientifica ognuno di noi ne potrà beneficiare professionalmente!





Commenti

  1. Posizione condivisibile. Troppo spesso e in troppi ambiti il benessere psicologico e quello sociale vengono relegati agli ultimi posti, come se fossero degli “optional” trascurabili. La campagna ministeriale ne ha dato prova.

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