ECM, ECP, FCP e oltre…. Quando c’è di più di un obbligo.


La questione degli ECM che in questi ultimi mesi, a ragione, ha “infiammato” il dibattito interno della nostra categoria professionale, ci ha portato a riflettere su alcuni aspetti della nostra professione che pensiamo sia molto importante tenere presente, insieme a quelli economici, che toccano tutti noi e certamente preoccupano.

Vogliamo condividerli e speriamo possano essere inseriti nell’ordine del giorno di chi ci rappresenta ed abbiamo eletto tra i nostri colleghi dei diversi Ordini professionali!

Dedicate cinque minuti per la lettura di questa nostra riflessione interna scritta perlopiù dal nostro referente scientifico in Emilia Romagna D. Malaguti, condivisa, integrata e fatta propria dagli organi statutari della Sipap.

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1. La collocazione della professione ovvero: “Nemo psychologus nisi biologus”. Siamo davvero ancora qui?

Nel 1904 Stanley Hall, nel suo volume sull’adolescenza (Adolescence: Its Psychology and its Relations to Physiology, Anthropology, Sociology, Sex, Crime, Religion, and Education), metteva in relazione la psicologia con altre discipline, tra cui la biologia e, seguendo una tradizione che ha le sue radici in Descartes e, ancor prima, in Aristotele, proponeva una psicologia radicata nella fisiologia, con buone ragioni che possiamo più o meno condividere. Freud, solamente 10 anni prima, nel suo Progetto di una psicologia (1895), auspicava in un futuro breve una “traduzione fisiologica” del proprio impianto teorico.

Da allora molto è passato e molto anche tornato, come il dibattito tra mente e cervello attivato dalle scoperte delle moderne neuroscienze cognitive, ma per certi versi, professionalmente, sembra che continuiamo a inseguire un modello medico allopatico ritenuto per certi versi un punto di riferimento se non addirittura un “club” cui aspirare per essere inseriti e accolti, un modello corporativo cui fare riferimento per fare lobbies.

Abbiamo ambivalenze che di volta in volta sono state giudicate come successi o opportunità. Come quando, con orgoglio, le scuole universitarie di psicologia clinica sono uscite dal raggio di influenza delle allora Facoltà di medicina per entrare nel controllo delle Facoltà di psicologia, permettendo un accesso non discriminato di psicologi (un tempo invece ammessi a quelle stesse scuole in numero ridotto e contendendosi i posti con facoltà umanistiche come Filosofia, sic!), oppure, sempre con orgoglio, quando siamo entrati dentro la sfera di influenza o, più precisamente, sotto la vigilanza del Ministero della Salute.

Nel primo caso si era dichiarato che finalmente la psicologia aveva una sua indipendenza, nel secondo che finalmente la psicologia veniva riconosciuta a tutti gli effetti come professione sanitaria alla stessa stregua della medicina e ciò avrebbe portato vantaggi a tutti noi professionisti psicologi perché:

· finalmente a pieno titolo all’interno del sistema sanitario finanziato con quell’unico capitolo di spesa dello Stato e delle Regioni che, nonostante le crisi, non è stato mai decurtato ma sempre un po’ aumentato (ricordiamo inoltre che il capitolo di spesa della Sanità è anche l’unico che se avanza del denaro a fine anno, non è costretto a cederlo e resta a disposizione per l’anno seguente!),

· professionisti con la funzione sociale di garanti dell’art.32 della Costituzione Italiana! - Art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”

Per ora, dal nostro punto di vista di liberi professionisti, vantaggi non ne riusciamo ancora a vedere: continuiamo ad essere considerati dai medici dei filosofi o, quando va bene, dei buoni somministratori di placebo, al massimo siamo riusciti ad avvantaggiare, ma lo diciamo senza invidia né acrimonia, chi ha un posto strutturato di professionista psicologo nella sanità; anzi ben venga il sostegno e il rafforzamento dei colleghi, ma la maggior parte di noi rimane isolata e fuori dal sistema sanitario nazionale e regionale, di cui però ne prendiamo modelli e, ci sembra, solo oneri!

Siamo dunque un pendolo, tra individuazione e identificazione, a volte affermiamo la nostra identità, a volte vorremmo essere come e alla pari dei medici.

Questo andirivieni ci conduce però a politiche professionali frammentate e disorientate fino alla situazione attuale, dove gli ECM diventano una conditio sine qua non per cosa? Per essere accettati nel club sanitario? A quale prezzo? La perdita della nostra identità e complessità? Volutamente infatti facciamo riferimento al termine “psicologia”, ma noi psicologi non siamo tutti uguali, e psicologo non significa unicamente psicologo clinico, né solo psicoterapeuta!

Il nostro timore è che in questo momento, per chissà quale beneficio, che in più di 20 anni di professione non abbiamo ancora visto, stiamo di nuovo sacrificando la nostra identità all’altare della medicina, per quale strategia di lobbing francamente non sappiamo, come pure non capiamo per quale premio economico futuro. Forse l’illusione di essere trattati a livello di status ed economico come i medici?

Perdonateci, ma senza alcuna intenzione di essere disfattisti, osserviamo che per adesso non è così e che nessuna lobbies ha presentato un progetto chiaro a lungo termine a favore della valorizzazione dei professionisti psicologi!

2. Liberi di apprendere. Ancora un’utopia!

L’altro aspetto che la questione degli ECM mette in evidenza è la libertà di formarsi e la fiducia nelle persone nel giudicare il nostro operato di professionisti. La preoccupazione, emersa anche in altre considerazioni di colleghi che hanno scritto in queste settimane, è che il sistema comporti un obbligo formativo, per altro già ben definito dal nostro codice deontologico nel suo articolo 5, che si traduce però in una caccia ai “bollini blu” fuori da qualsiasi libertà di giudicare da parte di ognuno di noi contenuti e bisogni formativi propri.

Non siamo tutti uguali, e questo lo abbiamo visto e lo sappiamo, ma anche l’offerta formativa che oggi abbiamo è ampia e variegata, può anche essere molto differente nella qualità, ma è proprio la nostra capacità di giudizio che definisce il successo o meno di proposte che tutti noi riceviamo (dal convegno, al seminario, al percorso su più anni).

Ora, è nella natura di tutti noi aggiornarsi, sia per motivi di deontologia, sia per la necessità che emerge dalla pratica professionale, sia, aggiungiamo, per la cultura intrinseca della nostra formazione, a partire dall’università: siamo cresciuti professionalmente ritenendo naturale l’aggiornamento e anche la formazione!

Inoltre, ricordiamo che non siamo come i medici di famiglia (per citare una delle tante categorie sanitarie), che si appoggiano su un definito bacino di utenza che è obbligato ad accedere a loro. In quel caso siamo in un mercato chiuso, gestito e controllato centralmente, noi invece, in qualità di liberi professionisti, viviamo in un mercato aperto e libero, dove la qualità è data dalla nostra preparazione! Come possiamo pertanto applicare regole e procedure proprie di un sistema chiuso a un sistema aperto come la nostra libera professione?

Le conseguenze possiamo immaginarcele: a) la ricerca spasmodica al miglior rapporto tra numero di crediti e prezzo; b) l’abbandono di qualsiasi criterio di contenuto e di valutazione della qualità dal momento che l’importante è ottenere i crediti dovuti; c) la morte di una qualsiasi libertà di scelta, salvo avere il tempo e il lusso di permettersi la doppia formazione: da un lato quella con i crediti e dall’altro, se questa non è coerente con i nostri approcci, quella che per noi conta sulle competenze che stiamo cercando.

Qui nasce anche una questione a nostro avviso etica che tocca il tema delicato della disuguaglianza, della perdita delle pari opprtunità tra colleghi. L’introduzione di criteri rigidi e controllati centralmente, produce indici (a partire proprio dagli ECM e dalle agenzie che riusciranno ad accreditarsi come certificatori) che selezioneranno quelli più capaci di riconoscerli e adeguarvisi, indici che per ora nessuno ci rassicura che siano basati su criteri di sostegno e facilitazione per tutti noi. Saremo di fronte così a una selezione darwiniana di chi sarà in grado di cogliere i vincoli e le regole del gioco di questa nuova valutazione della nostra preparazione e chi invece ne rimarrà escluso. Ma l’ultimo nostro giudice non doveva essere un altro? Ovvero il cliente o paziente o, meglio, la persona o organizzazione che a noi si rivolge?

3. Per finire. Con buona pace del “senza oneri per il professionista”

Certamente quello che emerge da questo iceberg è la punta del dato economico. Ogni regola che una istituzione introduce, ogni nuovo cambiamento procedurale comporta energie di carattere cognitivo, emotivo ed economico. La saggia e opportuna clausola che spesso si inserisce anche in nuove leggi e decreti, “senza oneri per lo Stato” potrebbe essere anche per noi in un qualche modo rivendicabile? Possiamo una volta tanto provare a chiedere “senza oneri per il professionista”? Perché devo pagare qualcosa che non scelgo? Sono domande semplici e quanto mai cogenti.

Speriamo che i Consiglieri degli Ordine territoriale in sinergia con i Presidenti che compongono il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi e con il nostro Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza degli Psicologi, possano trovare la strada per poterci degnamente sostenere, facilitare e proteggere nella nostra crescita professionale e che si possa rompere ogni logica burocratica, prescrittiva e di controllo a favore di un ottica evolutiva diretta a favorire l’autonomia di ciascuno di noi! Speriamo che i nostri Enti di riferimento, gli Ordini degli Psicologi e l’ENPAP, diventino realmente rappresentativi degli interessi dei professionisti, a cominciare dai liberi professionisti!

Vorremmo un Ordine professionale e un Ente di previdenza e assistenza a cui poterci rivolgere come base sicura per la nostra crescita professionale e non istituzioni paternalistiche e pertanto controllanti e giudicanti, tesa solo a fare una campagna elettorale continua per attirare consensi diretti a conservare poltrone e privilegi ottenuti!

Molta della nostra pratica professionale è orientata alla proattività e all’autonomia di chi (persona, gruppo o organizzazione) a noi si rivolge. Ci auguriamo che alla fine di tutto questo anche le nostre Istituzioni possano essere proattive e non reattive rispetto a questo cambiamento che si sta delineando nel nostro orizzonte professionale.

Forse anche il mantenimento dello status quo, se consapevolmente cercato, sarebbe una forma di proattività!

a cura del Presidente, del Consiglio nazionale e del Comitato scientifico Sipap






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